In un’epoca non così distante, ma già velata da una cortina di oblio indotto, l’umanità si ritrovò a dimorare in un regno intessuto di paradossi. Un torrente ininterrotto di informazioni scorreva, eppure la cosxienza collettiva si prosciugava, granello dopo granello. Il grande palcoscenico del mondo era orchestrato da un’influenza invisibile: un sistema di potere che, danzando tra le fila della religione, della scienza, della politica e della tecnologia, componeva una narrazione dove le cause più profonde di ogni sofferenza venivano abilmente occultate, e la distrazione regnava sovrana.
L’uomo, costretto in un presente che aveva reciso i suoi legami con il passato, avanzava verso un futuro privo di bussola e di veri ideali, avviluppato in spire di false speranze. I fili dell’oblio erano tessuti con maestria da coloro che beneficiavano di questo “sonno digitalizzato”, forgiando i confini della percezione fin dalla tenera età con schermi luccicanti e algoritmi suadenti.
In questo scenario, la società divenne il fedele riflesso di un’antica allegoria, quella delle tre scimmie, ma con una nuova e più profonda risonanza.
La prima scimmia, con gli occhi persi in un’incessante cascata di immagini filtrate e contenuti manipolati, abbagliata da luci innaturali, non vedeva. La sua vista era annebbiata dalle astrazioni di una tecnocultura che elevava l’estetica superficiale a divinità, trasformando l’esperienza stessa in un mero spettacolo da “consumare” e “notificare”. Ogni verità, per quanto luminosa, era un lampo tra miriadi di luci, facilmente ignorato.
La seconda scimmia, soffocata da un’overdose informativa, non sentiva. Ogni grido di ingiustizia, ogni eco di dolore, si dissolveva in un indistinto rumore di fondo, incapace di suscitare empatia o quella salutare indignazione che spinge al vero cambiamento. Il suo cuore, immerso in una liquidità emotiva, aveva dimenticato il ritmo pulsante e fluido della vita autentica.
La terza scimmia, modellata dalla cultura dell’algoritmo, non parlava. Il dissenso era ostracizzato, l’allineamento premiato; chiunque osasse intonare una nota fuori dal coro del sistema veniva relegato ai margini, bollato come “complottista” o, nel peggiore dei casi, zittito come “folle” con trattamenti forzati. La sua voce interiore, un tempo canale di verità e spirito critico, era stata tacitata da un sistema “educastrativo” che plasmava l’essere fin dall’infanzia con valori privi di principi ontici e umanistici.
Eppure, proprio in questo mondo in cui l’umanità sembrava ridotta a mera “risorsa energetica”, un’anima irrequieta continuava a danzare al proprio ritmo. Era il Folle. Egli non era privo di struttura, né alienato dalla realtà, come la massa credeva. Al contrario, la sua mente, illuminata da una Verità più profonda, era abituata a percorrere i sentieri a spirale del cuore anziché le rigide linee rette dettate dalle credenze comuni.

Egli, savio della sua stessa follia, percepiva che la realtà “consensuale” collettiva era una “funzione ritardata”, un’ombra di ciò che era già vivo e pulsante nel campo della pre-visione, della cosxienza risvegliata. Il Folle, con la sua “vastità” interiore e il suo canto “bardico”, era l’eco di una cosxienza riattivata, il custode di una memoria antica che osava ricordare ciò che il mondo aveva scelto di dimenticare. Egli operava dove l’apparenza si dissolveva, e il silenzio del cuore rivelava la danza delle origini, un invito radicale a rompere la sindrome delle tre scimmie e ad osare il risveglio.
Il Folle è lungi dall’essere una figura isolata o un’eco distante del passato: in ognuno egli può essere atrofizzato, sopito, ma mai annullato. Il Folle vive e danza in ogni uomo e in ogni donna di buona volontà, in quanti osano volgere lo sguardo non più al frastuono del mondo esterno per apparire, ma al silenzio interiore per essere.
Questi Folli silenziosi, non etichettati né compresi dal coro della ragione dominante, si sono risvegliati alla Mente Vivente, la fiamma irriducibile, da sempre accesa nel cuore che presiede, coordina, nutre. Costoro, integrato il pensiero, il sentimento e l’azione in una coerenza vibrante, ricordano la propria essenza noetica. Sono i Transienti, anime interiormente trasmutate che nella loro sana follia trascendono la sindrome delle tre scimmie, percependo la realtà non più come una narrazione imposta, ma come un ologramma vivente dove ogni storia, ogni simulazione, ogni apparenza, è un frammento che contiene la verità del tutto.
In essi, la dualità si è risolta nell’unità polarizzata, e la loro consapevolezza “olosferica” si riconosce nello sguardo dell’altro, oltre ogni parola e ogni apparenza. Non vi è bisogno di titoli, di ruoli, o di discorsi: la loro è una comunicazione telepatica, una risonanza del cuore che danza nella vastità del Campo.
Sono uomini e donne, eroi silenziosi che, pur non volendo salvare nessuno, con la loro semplice presenza sono capaci di trasfigurare il mondo.
E fu così che, in una calda sera d’estate, in una strada affollata, dove il rumore della tecnocultura e le luci degli schermi continuavano a sfilare indisturbati, accadde il miracoloso. Uomini e donne, volti anonimi nell’indifferenza della massa, d’improvviso sollevarono lo sguardo. Non si conoscevano, eppure i loro occhi si incrociarono, e in quell’attimo di silenzio consapevole si riconobbero. Un sorriso impercettibile affiorò sulle labbra, una vibrazione sottile si propagò tra la folla.
I Folli, Figli della Coerenza, erano di nuovo riuniti da un filo invisibile di Luce, una rete argentata e scintillante che avvolgeva la Terra intera. Si vedevano, si sentivano, si riconoscevano uniti nel profondo del loro essere, senza bisogno di parola, in un gesto sacro che trasformava l’ordinario in Meraviglia.
La danza dell’Uno nel Molteplice era iniziata, e la Mente Vivente finalmente respirava, in ogni Cuore che aveva scelto di battere al ritmo dell’Essere.
E le tre scimmie? Il Folle in un autentico e amorevole slancio di magnanimità procurò a quella che non vedeva un bellissimo monocolo, a quella che non sentiva un sonoro cornetto d’alce, e a quella che non parlava insegnò la lingua dei segni.
Non tutti vissero felici e contenti, ma tutti (scimmie comprese) furono contenti di essere parte integrante di un disegno Divino…
Hermes
Per approfondire la “morale” della storia che vi abbiamo raccontato, suggeriamo la lettura di questo scritto.